Quando accompagno un gruppo in visita nella campagna fiorentina e l’ora di pranzo si sta per avvicinare, mi diverto a parlare dell’enogastronomia della zona, incrociandola con un aneddoto sulla mia famiglia. Pappa al pomodoro, bruschetta, crostini con i fegatini di pollo, schiacciata alla fiorentina… mi vien l’acquolina in bocca a scrivere, figurarsi a raccontarlo! Descrivo le ricette e narro le storie e i personaggi ad esse collegate. Termino sempre parlando della famosa minestra di pane.

Questo piatto tipico delle campagne toscane è fatto di pane raffermo bagnato posato a strati in una zuppiera, intervallato con cavolo nero e fagioli. Il giorno dopo con la minestra avanzata si cucina la ribollita.

E qui entra in gioco la mia famiglia.

Mia nonna diceva che per fare una buona ribollita “come Dio comanda” si deve prendere la padella più vecchia che si ha in casa, un po’ di olio di oliva e si scalda la minestra. Obbligatorio è farla attaccare (per questo si usa una padella vecchia!) così che si formi una bella crosticina.

Dovete però sapere che a casa mia, quando qualcuno mi diceva “sei bella!” faceva sempre eco mio zio con un gentile “come il culo della padella!”. Ed io mi figuravo la padella usata per la ribollita, vecchia, nera e piena di ammaccature. Non lo prendevo esattamente come un complimento… e giù tutti a ridere.

Rideva la mia famiglia, ride di solito anche il gruppo che accompagno. Li lascio andare a tavola, sperando che nei cibi che assaggeranno possano sentire anche il sapore della quotidianità, da gustarsi come un viaggio: lentamente senza fretta. Sapori nuovi, ricordi nuovi.


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La ricetta della minestra di pane come si fa a casa mia

Per 6 persone

Ingredienti:

  • 500 gr di fagioli cannellini
  • 4 mazzetti di cavolo nero
  • Abbondante pane raffermo toscano cotto a legna
  • Sale
  • Pepe
  • Olio extravergine di oliva
  • 3 patate
  • Odori: 2 costole di sedano, 2 carote, 1 cipolla

Lasciare per una notte i fagioli a mollo nell’acqua. Il giorno dopo lessarli. Far soffriggere molto bene in un tegame grande gli odori con le patate tagliate a tocchetti. Poi aggiungere il cavolo nero tagliato grossolanamente e farlo appassire, con tanto di sale e pepe. Successivamente aggiungere abbondante acqua e lasciare bollire per dieci minuti circa. Aggiungere tre quarti dei fagioli lessati, precedentemente tritati, con l’acqua di cottura. Lasciare bollire per un paio di ore, finché non si forma un brodo denso. Tagliare a fettine fini il pane e riempire una zuppiera a strati. Alternare pane, brodo e il quarto rimanente dei fagioli interi, stando attenti che il pane si inzuppi bene. Servire calda.

Il giorno dopo, se è avanzata la minestra, metterla in una padella di ferro, con abbondante olio e lasciare “ribollire”, senza coprirla. Si consiglia di lasciarla attaccare per formare una crosta croccante. Servire calda con olio a crudo.

Buon appetito! 

Oggi vi racconto un’esperienza che ho fatto personalmente, ma che vorrei far provare anche ai viaggiatori che scelgono Andante Tuscany. Perché è talmente rilassante che fa tornare il cuore a battere a un ritmo andante.

Stavo lavorando al pc quando Simona non mi ha chiamata per invitarmi a una “giornata saponi”. Simona ha un piccolo agriturismo in campagna, nella provincia di Arezzo, e si inventa sempre delle giornate particolari e informali non solo per gli ospiti, ma anche per gli amici e i vicini.

Ve lo confesso, io il sapone l’ho sempre comprato al supermercato. Sono attenta, leggo la composizione e mi informo sulle varie marche. Ma non mi era mai venuto in mente di poterlo fare con le mie mani.

Perché no? Proviamo a fare il sapone! Anche solo per staccarmi dal pc e dal lavoro…

Prima di andare da Simona ho fatto una piccola ricerca su internet, per capire perché sempre più persone si cimentano nel fai-da-te dei detergenti. Ho trovato molti buoni motivi, di natura economica, ambientale e allergica. Ma nessuno diceva la cosa più importante.

La giornata è iniziata con l’arrivo del mastro saponaio Gianluca, che ci ha subito portate (eh già, eravamo tutte donne! Giocava l’Italia a calcio…) a raccogliere la lavanda in giardino. L’abbiamo poi tutta sgranellata e raccolta su uno straccio, in attesa di metterla nel composto per il sapone.

Sorvolo sui dettagli del procedimento tecnico, dirò solo che, al contrario di quello che mi aspettavo, è veloce e per niente difficile. L’impasto si può profumare a piacimento. Noi ne abbiamo fatto un po’ alla lavanda e un po’ a un dolce profumo indiano. E ci siamo sbizzarrite con le forme: dai cuori ai cappelli di Babbo Natale (anche se Dicembre non è proprio dietro l’angolo, ma hai visto mai…). Ma ancora non è questa la cosa più importante. Allora qual è?

La cosa più importante del fare i saponi artigianalmente è il fare. Creare un prodotto dalla A alla Z con le proprie mani e modellarlo a piacimento. In un mondo pieno di appassionati del fai-da-te, io ho voluto provare iniziando da un elemento elementare e senza dubbio utile, il cui risultato potessi vederlo ogni giorno, a partire dal mattino al risveglio. E in ogni momento io abbia voglia, o necessità, di prendermi cura di me. Mi lavo usando sul mio corpo qualcosa che ho creato. E che mi trasmette la rilassatezza della giornata, la tranquillità di un pomeriggio in campagna, a raccogliere lavanda e a chiacchierare tra donne. Incredibile a dirsi, mi vedo già la pelle più luminosa!

È questa la filosofia di Andante. Un viaggio a ritmo lento che permette di dedicare un pomeriggio a esperienze simili: creare, rilassarsi e parlare. Perché chiunque possa portarsi a casa un ricordo di una pausa dedicata solo a se stesso e tirarlo fuori quando tutto intorno corre.  

“Oggi gita nel bosco con tutta la famiglia!”
Quante volte nell’udire questa frase avete sentito arrivare un’ondata improvvisa di stanchezza? Prepara le mappe, informati sulla zona, pensa ai panini, trova un bivacco, ripassa piante e animali per rispondere a tutte le domande dei bambini…

Immaginatevi adesso di poter visitare, alle porte della foresta, un luogo dove siete accolti da brave guide ambientali che non aspettano altro che mostrarvi i segreti del bosco in cui state per entrare.

Siamo a “Ponte a Enna”, Centro Visite della Foresta di Sant’Antonio a Reggello, poco distante da Firenze e Arezzo. Punto di accesso all’area naturale protetta, si trova sul crocevia di numerosi sentieri che collegano il Valdarno e il Casentino, due valli unite dalla dorsale del Pratomagno (oltre 1500 mt di quota).

Ma torniamo ai bambini. Visitare questo luogo con i piccoli può diventare una fantastica avventura! Perché le guide esperte lo hanno reso anche Centro Didattico. E così, grazie a numerosi giochi esperienziali si può imparare molto della natura, della flora e della fauna, per esempio come riconoscere una pianta dal profumo o come avvistare i caprioli senza disturbarli. E per i gruppi è possibile anche partecipare a giochi come la caccia al tesoro botanica, il mini orienteering o il detective della natura, con tanto di microscopi e bussole.

Centro Visite Ponte a Enna Reggello

Dopo questa esperienza è garantito che la voglia di camminare cresce e la vacanza in famiglia sarà l’occasione per stimolare la curiosità verso qualsiasi forma di vita vegetale che incontrerete.

Diventerà interessante anche la pianta che vegeta sulla scrivania dell’ufficio!

Buona passeggiata! E stavolta sarete voi a fare mille domande ai vostri bambini su ogni singolo albero, sasso, animale!

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Il Centro Visite è aperto Sabato, Domenica e festivi dalle 10 alle 18 (da Giugno a Agosto 2017). Su prenotazione è possibile organizzare le attività per gruppi e scolaresche durante tutto l’anno.

Il Mercato di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi che preferisco a Firenze. C’è sempre confusione, gente che va, gente che viene, un gran bel casino fiorentino in Piazza Ghiberti. Lo scorso sabato stavo andando all’interno del Mercato per un brunch accompagnato da un reading con musica. Erano le 11 di mattina, mi aspettavo pancake e cappuccino.

Che ingenua. Oh! Siamo a Firenze!

Al Mercato di Sant’Ambrogio il brunch all’inglese non esiste proprio. Per fortuna alla Trattoria da Rocco lo sanno ed hanno inventato il brunch alla fiorentina: lingua lessa, panzanella con il farro e la cipolla, tagliatelle con le zucchine, fiasco di vino rosso. Una goduria.

A questo punto non mi aspettavo nemmeno più il classico reading. Avevo ragione, perché due attori in veste da chef ci hanno forniti di cuffie WI-FI, regalandoci un’ora di viaggi e ricordi leggendo l’esilarante racconto Gola di Mattia Torre, intervallato da musica, canti e divagazioni.

Dal titolo Gola già si capisce dove si va. Si va a parlar di quel peccatuccio che gli italiani conoscono molto bene. Potrei citare Dante e la sua legge del contrappasso (Inferno, canto VI), ma preferisco, come l’autore, citare gran parte delle nostre mamme, nonne, zie: “Non mangi? Stai male?”.

Kanterstrasse/Gola/Mercato di Sant'Ambrogio
Andrea Giannoni e Marco Giunti

E mentre ascoltavamo racconti di guerre tra vicini per una pentola prestata e mai resa, di fughe da avanzi del pranzo da portare a casa, di assoluta e religiosa devozione alle regole culinarie, ognuno di noi pensava che no, non è il mio caso, io sono immune da questa popolare venerazione del Dio Cibo. E cercava con avidità e forchetta i pezzi più grandi di cipolla nella panzanella.

Mangia che la guerra è finita. Mangia, ti fa bene. E attenta, che la guerra potrebbe tornare. E quando c’è la guerra, l’è maiala”.

E poi arriva lei. La signora che non partecipava al reading, ma che sentendo vagamente parlare di Firenze, ci urla contro un “A Firenze l’è tutto bello!”. Non so se ricordate, noi avevamo le cuffie. E l’abbiamo sentita.

Come può non piacermi Sant’Ambrogio?

Gola è uno spettacolo organizzato per l’Estate Fiorentina 2016 da Kanterstrasse, con Andrea Giannoni e Marco Giunti (prossima replica 2 Luglio). Consigliamo anche il reading in lingua inglese Eating Kitchen Stories (24 Settembre, 1 e 8 Ottobre 2016).

Una mia carissima amica è partita ieri per fare il cammino di Santiago. Lo scorso anno ha fatto invece un tratto del cammino di San Francesco. Parte con lo zaino in spalla, senza prenotare gli alloggi, carica di mesi di allenamento. È una vera pellegrina.

L’invidia per la sua costanza e determinazione mi ha portata a riflettere sul camminare, anzi, sul mio modo di camminare.

I benefici fisici della passeggiata quotidiana li sappiamo tutti, i medici ce li ripetono da anni (grazie medici, insistete!). Pensavo più che altro a quelli mentali. Sono un tipo ansioso, troppe preoccupazioni. Nei momenti di maggiore stress immagino il mio cervello come una nuvoletta (memore dei disegni da scuola elementare) piena zeppa di pensieri che si accumulano, si accumulano, si accumulano…
Un groviglio di nozioni, idee, soluzioni, riflessioni, pensieri miei, pensieri di altri, pensieri di tutti… a volte credo di essere un registratore.

Poi decido di andare a camminare. Così, di punto in bianco.

E respiro. Scelgo sempre viottoli di campagna, dove ci sia del verde, tanto possibilmente. E dove non passino le macchine, voglio solo sentire cantare gli uccellini. Perché, che ci crediate o no, gli uccellini cantano ancora.

Il cervello prende aria, i pensieri piano piano mi si staccano di dosso e si disperdono. Ogni passo un pensiero che vola via. Diventa tutto relativo, tutto si ridimensiona. E sto solo camminando! Immaginatevi se mi mettessi a correre!

Non sono però il tipo che parte da sola per un lungo viaggio a piedi, come la mia amica. Vorrei esserlo, ma non ho l’allenamento giusto e ho una “leggera” tendenza a perdermi (quando è uscito il primo navigatore me lo hanno regalato in tre!). Preferisco partire con una guida esperta e un gruppo di persone con cui condividere il viaggio.

Magari toccando anche luoghi d’arte, piccoli e rilassanti paesi dove prendere un caffè, parlare con persone che di pellegrini ne vedono passare molti e se ne prendono amorevolmente cura, indicando loro la via, offrendo da bere, un passaggio, un saluto.

Chi cammina gode di particolari privilegi, tutti lo guardano con ammirazione. Secondo me perché si vede che ha il cervello, anzi, la nuvoletta libera da pensieri aggrovigliati. Perché se cammini non puoi avere pensieri pesanti, devi avere per forza un bagaglio leggero.

Vuoi partire per un cammino in Val d’Orcia e lungo la via Francigena? Scrivimi!

Mi ha sempre affascinato la tecnica che serve a creare le statue in bronzo.
A partire dal nome: fusione a cera persa.
È una tecnica antichissima, risalente all’età del bronzo e ampiamente usata in età classica. Quasi del tutto abbandonata nel Medioevo, fu poi ripresa nel Rinascimento.

Proverò a spiegare in poche parole un procedimento nella pratica lungo e laborioso. Il primo passo per realizzare una statua in bronzo è creare la statua in terracotta (chiamata anima), per stenderci sopra uno strato di cera, che l’artista rifinisce con tutti i particolari. A questa vengono applicati dei canalini e un imbuto, sempre in cera. Il tutto viene ricoperto nuovamente di terracotta e messo in forno. La cera così si scioglie ed esce dai canalini. Dall’imbuto viene poi versato il bronzo fuso e, una volta raffreddato, viene tolta la creta. Ed ecco la statua.

Non vi pare romantico il nome che hanno scelto per questa tecnica? A cera persa. L’accento è su un elemento che si perde, che se ne va, che sparisce. Ma che è fondamentale per la creazione, è in questa parte che si definiscono tutti i particolari, le piccolezze, le caratteristiche del soggetto.
Ha un sapore nostalgico.

Mercurio_volante,_Giambologna,_Bargello_Florenz-01 (1)La difficoltà della realizzazione delle statue in bronzo è inoltre quella della impossibile correzione. Una volta che il bronzo fuso si è solidificato e la statua è fatta, non si possono fare modifiche e la cera sulla quale hanno lavorato per imprimere ogni minimo particolare è ormai sciolta. Insomma, buona la prima!

Il procedimento della cera persa si è modificato negli anni, andandosi a perfezionare, grazie ad artisti come Verrocchio, Lorenzo Ghiberti, Donatello. Se volete vedere un capolavoro indiscusso di questa tecnica non potete però perdere il “Mercurio volante” di Giambologna (1580) conservato al Museo del Bargello di Firenze. L’artista, scultore fiammingo, in realtà si chiamava Jean de Boulogne ed è stato ribattezzato come solo i fiorentini sanno fare. Ma questa è un’altra storia.

Vuoi prenotare un tour a Firenze sulle tracce di Giambologna e di altri maestri della tecnica a cera persa? Scrivimi!

 

Immagine: By Rufus46 (Own work) [CC BY-SA 3.0], via Wikimedia Commons

Concedetevi una vacanza
intorno a un filo d’erba,
dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia
con il pane e la luce,
con la muta lussuria di una rosa

(Geografia commossa dell’Italia interna di Franco Arminio)

Il ritmo musicale più vicino a quello dei battiti del nostro cuore è andante.
Una volta, forse. Perché se ascolto il mio cuore oggi direi che va a un ritmo a dir poco allegrissimo. Lavoro, figli, preoccupazioni, corri sennò perdi il treno, oggi c’è traffico e domani pure, che faccio da pranzo vabbè prendo un panino al volo.

Ma in vacanza…

In vacanza vorrei vivere il tempo che non riesco a vivere ogni giorno. Vorrei rallentare, tornare a ritmi più umani, camminare in mezzo alla natura e fermarmi a guardare un filo d’erba ogni volta che mi va. Vorrei scoprire luoghi e itinerari meno battuti, fermarmi a parlare con le persone e trovarmi a inseguire loro suggestioni e consigli.

Per questo nasce Andante Tuscany.

Per chi, come me, vuol viaggiare nella natura, scegliendo strutture piccole, familiari e attente all’ambiente. Per chi vuole assaggiare cibo biologico e genuino, ammirare con tutta calma opere d’arte lontano dal caos dei grandi musei cittadini, scoprire la vera artigianalità locale.
Per chi vuole provare a vivere a un’altra velocità.

La campagna Toscana è la meta ideale, dietro ogni collina si nasconde una pieve, un campanile, una bottega, una fattoria. Lasciati andare al viaggio e vedrai che il tuo cuore riprenderà il ritmo Andante.